Il bullismo come metodo e non solo come fenomeno: una lettura pedagogica

  • Il bullismo come metodo: una lettura pedagogica
  • La radice emotiva delle dinamiche aggressive
  • Dare voce ai sentimenti: dal silenzio all’azione
  • Espandere il repertorio linguistico ed emotivo
  • Analfabetismo emotivo, linguaggio e granularità
  • Il ruolo della scuola: tra informazione e formazione
  • Educazione emotiva come nucleo dello sviluppo umano
  • Indicazioni pedagogiche operative
  • Conclusioni
  • Bibliografia

Introduzione

Il bullismo è uno dei temi più discussi in ambito educativo, ma allo stesso tempo uno dei più fraintesi. Viene spesso confuso con la semplice “presa in giro”, con la normale conflittualità tra pari o con episodi occasionali tipici dell’età evolutiva. Tale confusione genera incertezza in insegnanti e genitori, che faticano a distinguere tra comportamenti fisiologici e comportamenti sistematici e lesivi.

La pedagogia può offrire uno sguardo più profondo: il bullismo non è soltanto un fenomeno sociale, ma un metodo relazionale, un modo appreso di stare in relazione che si stabilizza nel tempo. Interpretarlo così permette di individuarne meglio le cause e di intervenire non solo sui comportamenti, ma sulle competenze emotive e relazionali che li sostengono lavorando sulle relazioni educative nei diversi ambienti educativi. In questo articolo il taglio è prettamente pedagogico ma troverai numerose informazioni apprese da fonti anche psicologiche, al fine di inquadrare al meglio il fenomeno.

Da che età si può parlare di bullismo?

A livello tecnico, il bullismo può essere identificato dai 7/8 anni in poi, quando si consolidano competenze cognitive e sociali che permettono di:

  1. agire con intenzionalità,
  2. comprendere il potere e i ruoli sociali, reali o percepiti,
  3. ripetere pattern comportamentali in modo stabile e duraturo.

Prima dei 7 anni si osservano forme di aggressività evolutiva, impulsività o esclusioni spontanee, che non configurano ancora bullismo ma come immaturità fase specifica.

Prima sintesi:

  • 0–5 anni → aggressività evolutiva, non bullismo.
  • 7+ anni → possibile bullismo.
  • 10–14 anni → fase di massima intensità (tarda primaria e secondaria di I grado).

2. Il bullismo come metodo: una definizione pedagogica

La definizione classica del bullismo si concentra su ripetizione, intenzionalità e asimmetria di potere. La prospettiva pedagogica invita a considerarlo anche come metodo relazionale, ossia una strategia stabile con cui alcuni individui gestiscono rapporti, identità e appartenenza al fine di lavorare in modo preventivo.

Il bullismo è un metodo perché:

  • utilizza la forza (fisica, verbale, sociale o digitale) come codice comunicativo;
  • struttura ruoli specifici (bullo, vittima, complici, osservatori);
  • crea norme implicite nei gruppi;
  • diventa una modalità di gestione del potere e del riconoscimento.

Un comportamento diventa bullismo quando:

  • si ripete nel tempo,
  • costituisce un pattern stabile,
  • presenta intenzionalità e disparità di potere,
  • produce un impatto emotivo significativo sulla vittima.

Eccezione importante: un singolo atto può essere considerato bullismo se è particolarmente violento o umiliante.


3. La radice emotiva delle dinamiche aggressive

La letteratura pedagogica e psicologica mostra come molte condotte aggressive derivino da una limitata capacità di leggere, esprimere e gestire le emozioni. Bambini e adolescenti con un vocabolario emotivo ridotto faticano a nominare ciò che provano, a chiedere aiuto e a regolare le tensioni interne.

Ridurre il bullismo significa dunque potenziare a livello educativo :

  • il riconoscimento ed espressione delle emozioni;
  • la consapevolezza dell’impatto sugli altri;
  • gli strumenti alternativi all’aggressione;
  • la capacità di auto-regolazione emotiva.

Le competenze emotive non sono innate: richiedono un ambiente educativo coerente e sostenente.


4. Dare voce ai sentimenti: dal silenzio all’azione

Molti ragazzi e ragazze vivono emozioni intense — vergogna, frustrazione, rabbia, paura — senza possedere le parole per esprimerle. In assenza di linguaggio, la psicologia ci racconta che si attivano generalmente tre meccanismi tipici:

  1. Chiusura: isolamento e ritiro.
  2. Esplosione: comportamenti impulsivi o aggressivi.
  3. Azione sostitutiva: l’azione prende il posto del linguaggio.

Il gesto diventa così il portavoce di emozioni non espresse. In questa prospettiva, il bullismo può essere interpretato come il linguaggio di un mondo emotivo confuso e non alfabetizzato.

Quando le emozioni hanno un nome, diventano più gestibili, e l’aggressività perde la sua funzione compensatoria. Grazie psicologia per la base teoria!


5. Espandere il repertorio linguistico ed emotivo

Il linguaggio è lo strumento attraverso cui comprendiamo noi stessi/e e gli altri.

Un repertorio linguistico povero genera una ridotta consapevolezza emotiva e relazionale.

Ampliare il linguaggio emotivo significa permettere ai ragazzi e alle ragazze di:

  • distinguere tra emozioni simili (es. rabbia vs frustrazione);
  • non essere travolti dagli impulsi;
  • chiedere ciò di cui hanno bisogno;
  • gestire i conflitti in modo più maturo attraverso;
  • chiedere aiuto e sostegno agli adulti di riferimento.

È un processo che richiede quotidianità, un accompagnamento e supporto educativo mirato e non interventi saltuari. Richiede l’instaurarsi di relazioni educative solide e fiduciose.


6. Analfabetismo emotivo, scarsità di linguaggio e granularità

Tre livelli concettuali cruciali:

  • Analfabetismo emotivo: incapacità di leggere emozioni proprie e altrui.
  • Scarsità di linguaggio emotivo: mancanza di parole adeguate.
  • Granularità emotiva: finezza nel discriminare stati emotivi simili.

Quando mancano le parole, mancano le distinzioni; quando mancano le distinzioni, si indebolisce la regolazione emotiva; e quando la regolazione emotiva è debole, aumentano condotte impulsive o aggressive.

Molti episodi di bullismo derivano non da “cattiveria”: non è la persona ad essere cattiva, ma il gesto, il comportamento.


7. Il ruolo della scuola: tra informazione e formazione umana

La scuola contemporanea rischia spesso di privilegiare la trasmissione di contenuti disciplinari trascurando la dimensione emotiva e relazionale degli studenti. Quando ciò accade:

  • i ragazzi e le ragazze si sentono poco riconosciuti;
  • mancano spazi di ascolto e parola;
  • si sviluppano strategie disfunzionali per ottenere attenzione o protezione;
  • manca una cultura del dialogo e della prevenzione.

Il bullismo prospera dove la relazione educativa è più fragile o meno curata.


8. L’educazione emotiva come nucleo dello sviluppo umano

L’alfabetizzazione emotiva è solo una parte di un processo più ampio: la capacità di rappresentare il proprio mondo interno, di dargli senso e direzione. Sviluppare competenze emotive significa favorire:

  • empatia;
  • regolazione emotiva;
  • comprensione delle motivazioni profonde;
  • alternative non aggressive all’espressione del disagio;
  • saper chiedere aiuto.

La prevenzione del bullismo non è un progetto aggiuntivo, ma una componente essenziale della formazione umana.


9. Indicazioni pedagogiche operative

Vi condivido alcune pratiche utili per insegnanti, educatori e genitori:

1. Routine di linguaggio emotivo

  • Check emotivi a inizio giornata.
  • Tabelle emotive e ruote delle emozioni.
  • Condivisioni brevi e non giudicanti.

2. Laboratori di narrazione

  • Diari emotivi.
  • Racconti guidati di esperienze difficili.
  • Utilizzo della letteratura per analizzare le emozioni.

3. Role playing e simulazioni

  • Interpretazione di situazioni conflittuali.
  • Rotazione dei ruoli (bullo, vittima, osservatore).
  • Analisi delle alternative possibili.

4. Educazione all’empatia

  • Osservazione guidata dei compagni.
  • Discussioni su segnali non verbali e pragmatica della lingua.
  • Attività di “scambio di prospettiva”.

5. Costruzione del clima di classe

  • Patti di comportamento condivisi.
  • Spazi di parola strutturati.
  • Verifica periodica del clima relazionale.
  • Assemblee e Circle Time.

6. Formazione degli adulti

Genitori e docenti devono essere formati alla comunicazione non violenta e all’educazione emotiva, affinché possano diventare modelli coerenti. Il lavoro inizia sempre da noi stessi in quanto adulti di riferimento.


10. Conclusioni

Il bullismo non è solo un fenomeno da prevenire, ma un metodo relazionale disfunzionale che prospera in contesti spesso poveri di ascolto, linguaggio emotivo e riconoscimento. La prevenzione richiede una visione educativa integrale, capace di valorizzare la dimensione cognitiva, emotiva e relazionale di ogni studente.

Potenziare la granularità emotiva, ampliare il linguaggio interno e costruire un clima educativo accogliente sono strategie fondamentali non solo per ridurre il bullismo, ma per formare cittadini empatici, responsabili e capaci di partecipare alla vita sociale in modo più consapevole e partecipato.


11. Bibliografia essenziale

  • Ammirati, A. (2023) Bullismo: Cosa fare (e non) Scuola Secondaria – Guida pratica per insegnanti – Scuola Secondaria di primo Grado. Erickson
  • Fedeli, D. & Munaro, C. (2019) Bullismo e Cyberbullismo: come intervenire nei contesti scolastici: guida operativa per insegnanti e dirigenti. Giunti.
  • Goleman, D. (1995). Intelligenza emotiva. Rizzoli.
  • Ianes, D. & Canevaro, A. (2016). Pedagogia dell’inclusione. Erickson.
  • Novara, D. & Regoliosi, L. (2018). I bulli non sanno litigare Insegnare ai ragazzi a vivere con gli altri e rispettarli. BUR Parenting
  • Nussbaum, M. (2001). Upheavals of Thought: The Intelligence of Emotions. Cambridge University Press.
  • Olweus, D. (2013). Bullying at School. Wiley-Blackwell.
  • Perrenoud, P. (2000). Dieci competenze per insegnare. Laterza.
  • Pinker, S. (1994). The Language Instinct. Harper Perennial.
  • Rosenberg, M. (2003). La comunicazione nonviolenta. Esserci.
  • Vygotskij, L. (1934). Pensiero e linguaggio. Laterza.

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