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C’era una volta un bambino di cinque anni di nome Zeno, al quale non piaceva colorare. O meglio, colorare gli piaceva eccome: ciò che non gli piaceva era come gli adulti volevano che colorasse.
“Il cappello devi farlo rosso.”
“Gli occhi si fanno bianchi.”
“Devi stare dentro le righe.”Ma Zeno era piccolo, e credeva che la parte più bella del colorare fosse proprio quella: esprimersi come si sentiva, condividere quel momento con i grandi, farsi vedere davvero attraverso i colori.
Col tempo, però, smise di colorare. Aveva capito che il suo modo non era apprezzato. Anzi, non era “abbastanza”.
Abbastanza per chi?
Per i grandi.Così, un’attività fatta per i bambini diventò un compito per adulti. E il foglio da colorare, invece che uno spazio di gioco, divenne un campo minato di giudizi.
Zeno avrebbe potuto allenare la sua tenacia divertendosi, esplorando, sbagliando, riprovando. Sapete, la tenacia si coltiva. Ma invece si identificò con quel “non sono bravo” che leggeva negli sguardi di chi voleva tanto compiacere.
Finché in un giorno qualunque, Zeno incontrò una persona diversa. Una che guardò i suoi disegni e si fermò.
“Zeno, che creatività! Gli occhi viola, blu, gialli… arcobaleno! Ma se pensi gli occhi così, chissà come immagini i vestiti!”
Poi gli sorrise: “Ti va di farmeli vedere?”E fu così che Zeno tornò a colorare. Non come gli altri si aspettavano, ma come li vedeva lui: usando tutti i colori che aveva dentro. Riempì di meraviglia il foglio… e gli occhi di chi lo stava guardando davvero.
Ogni giorno, migliaia di bambini vengono corretti su come fare “la cosa giusta”.
In totale buona fede, migliaia di adultə si sostituiscono ai veri compagni dell’infanzia: l’esplorazione, l’errore, la scoperta, la pratica.
Ma nell’età prescolare, il “lavoro” del bambino è fatto con i sensi, con il corpo, con la libertà. È auto-diretto.
Il fare “la cosa giusta” ben confezionata è per gli adultə, non per i bambini.
Anzi, troppo spesso li allontana dalla creatività, quella vera.
Troppo spesso si assiste ad una scolarizzazione precoce nella scuola dell’infanzia per rispondere ad altre esigenze: di numeri, di spazi, di tempi.
Non è un caso se i paesi pionieri nell’educazione contemporanea, i paesi nordici, fanno iniziare il primo anno della primaria a sette anni compiuti.
Perché quell’anno in più conta.
Così come poter colorare fuori dalle righe.

