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“Maestra, Giovannino ha detto una brutta parola “, “Salvatore, Giuseppa è passata davanti alla fila”… queste frasi dette da bambinə negli anni, e le conversazioni con adultə sull’argomento, mi hanno fatto tornare in mente un momento amarcord della mia infanzia.
“Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù…va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto!”
La conosci?
Ho preso la palla al balzo per parlare di un argomento solo apparentemente non importante, ma ricco di possibile implicazioni educative presenti e future.
Culturalmente fare la spia è spesso considerato un atteggiamento scorretto, quasi riprovevole.
Sicuramente vigliacco.
Senza stare a scomodare film classici nei quali l’omertà è considerata quasi un valore, piuttosto è meglio morire, e sui quali urge una grande riflessione educativa, in questa sede vorrei approfondire la questione in età prescolare e scuola primaria.
In età prescolare, il concetto di “fare la spia” va collocato nel periodo evolutivo specifico nel quale mancano le capacità cognitive, primitive ed in via di sviluppo, per intendere il gesto come lo intendiamo noi adultə.
Durante la primaria, bambinə sono in piena fase di acquisizione delle norme nei contesti sociali: estremamente sensibili ai concetti di giustizia, nella sua declinazione di giusto e sbagliato. Si fanno spesso portavoce nel riportare chi non rispetta le regole.
La domanda che mi (e vi) faccio è: qual è la nostra postura di adultə di riferimento?
Osserviamo, prestiamo attenzione. Ascoltiamo.
Se infatti noi adultə passiamo il messaggio che bambini e bambine non sono “accolti” nel riportarci le cose che avvengono tra di loro, a partire dalle questioni “piccole”, quando queste questioni potrebbero diventare “grandi”, come ad esempio il bullismo, fenomeni di abusi, ecc. non ci dovremmo meravigliare se non ci abbiano più cercato, negli anni, come referenti e confidenti.
Nella mia formazione britannica, c’erano tutta una serie di linee guida di whistle blowing, proprio per riportare episodi anche sul luogo di lavoro.
Anche da grandi.
A protezione delle persone, per la loro cura.
Perché certe questioni si risolvono facendo rete. E rompendo il muro del silenzio.
È un cambio di sguardo: avere cura delle persone non significa anche volerle proteggere, parlare ad alta voce se notiamo e sappiamo che qualcosa non va?
In questa cornice educativa, affettiva e relazionale, non è corretto “fare la spia”? Facciamo prevenzione.
