Riflessioni sul valore del risky play

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“Stai attento!”, “Non correre!”, “Non passare di lì!”: sono ammonimenti ricorrenti rivolti a bambini e bambine di tutte le età. Queste frasi, spesso dettate da una comprensibile preoccupazione adulta, rivelano una postura iperprotettiva che, oltre a risultare poco efficace nella comunicazione, rischia di ostacolare processi educativi fondamentali.

Più che dire cosa non fare, sarebbe opportuno indicare come fare: “Cammina sul marciapiede”, “Guarda dove metti i piedi”, “La sedia serve per sedersi”.
Ma la questione va ben oltre l’efficacia comunicativa. In un percorso educativo che voglia essere armonioso e olistico, è fondamentale riconoscere il valore del rischio – purché calcolato – all’interno delle esperienze di gioco. Quando l’adulto è presente e vigile, l’esplorazione di situazioni potenzialmente rischiose può diventare una preziosa occasione di crescita.

Attività come arrampicarsi (sugli alberi o sulle strutture gioco nei parchi), saltare, esplorare ambienti naturali o nuovi (come boschi, spiagge, o sentieri) non solo contribuiscono allo sviluppo delle competenze grosso-motorie, ma favoriscono anche l’emergere di una fiducia in sé stessi, diversa dall’autostima: si tratta della sicurezza che nasce dal fare esperienza diretta, dal rendersi conto di “essere capaci”.

Quando queste esperienze vengono vissute in gruppo, insieme ai pari, acquistano un ulteriore valore educativo: si rafforzano le dinamiche relazionali, si sviluppano competenze sociali e si impara a confrontarsi con gli altri in un contesto autentico e stimolante.

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